GASTONE NENCINI E LA REGINA: QUANDO FIRENZE SCELSE IL SUO RE
GASTONE NENCINI E LA REGINA: QUANDO FIRENZE SCELSE IL SUO RE
Nell’agosto del 1960, Firenze si fermò per tributare gli onori al trionfatore del Tour de France,Gastone Nencini. Una marea umana di 70.000 persone, giunte da ogni latitudine della penisola, invase le strade in un afflusso monumentale, superiore per densità e pathos emotivo alla pur vastissima folla che, appena un anno dopo, si sarebbe radunata per accogliere la Regina Elisabetta II. La sovrana britannica sarebbe giunta in Italia il 7 maggio del 1961, nel pieno delle celebrazioni per il Centenario dell'Unità nazionale, visitando quella Firenze che della nazione sarebbe poi stata culla culturale e seconda capitale. In quell'arco di dodici mesi si palesarono le due anime speculari della città: da un lato l'abbraccio viscerale a un figlio della propria terra che univa l’Italia sotto il vessillo del riscatto sportivo; dall'altro il benvenuto solenne e impeccabile a un monarca straniero, in un momento di altissima diplomazia internazionale.
La straordinaria epopea di quel Tour aveva d'altronde ricevuto una consacrazione senza precedenti già alla vigilia della passerella finale di Parigi. Il 16 luglio del 1960, un frammento di storia riscrisse l'immaginario dei rapporti franco-italiani nel comune di Colombey-les-Deux-Églises. Sul ciglio della strada, confuso tra gli appassionati, attendeva un tifoso d’eccezione: il Presidente della Repubblica Francese, il Generale Charles de Gaulle, che per l'occasione derogò ai rigidi protocolli di sicurezza restando a piedi e senza scorta visibile accanto alla consorte Yvonne. Ai giornalisti francesi che gli domandarono la ragione di quella presenza insolita, il Generale rispose con solenne chiarezza: «Perché oggi siamo qui ad onorare un grande campione, l'italiano Gastone Nencini».
Poco dopo, al sopraggiungere della corsa, il direttore della gara Jacques Goddet ordinò un’inedita sosta del gruppo per presentare la Maglia Gialla al Capo di Stato. Alla formula di presentazioni di Goddet, la replica di De Gaulle fu folgorante: «No, il fiorentino Gastone Nencini». Il Generale si protese per stringergli la mano e pronunciò parole destinate a rimanere scolpite negli annali: «Nencini, lei oggi vince il Tour. Ve lo meritate. Complimenti, Parigi è ormai vostra». Con quella precisa rivendicazione geografica, De Gaulle riconosceva nel corridore il legame indissolubile con una terra di universale cultura. Fu un’investitura laica e formidabile, la cui eco custodisce radici così profonde che, nel 2024, in occasione della centoundicesima edizione della Grande Boucle, l’attuale direttore del Tour Christian Prudhomme l'ha rievocata sulle colonne di Le Figaro come il simbolo eterno del legame tra le due nazioni.
Forte di tale consacrazione internazionale, Nencini fece ritorno in una Firenze che rispose dilatando i propri spazi in un moto d’affetto assoluto, portando in trionfo per i luoghi simbolo della città il suo campione. Per l'occasione, i cittadini dipinsero interamente di giallo l'asfalto di viale Giannotti, tramutandolo in un tappeto trionfale. Al calare del sole, l’Oltrarno – il quartiere dove il Leone del Mugello aveva mosso i primi colpi di pedale – si accese dell'improvviso chiarore di migliaia di lucciole, acquistate appositamente dai fiorentini per rischiarare la notte. Le immagini dell'epoca trasudano una passione carnale: un caos festante in cui le transenne evaporano sotto la pressione di una folla desiderosa di sfiorare il proprio eroe e di respirarne lo sforzo, con le bocche spalancate in un grido liberatorio e i corpi serrati gli uni agli altri. Perfino l'ordine pubblico si sciolse in quel clima di giubilo: Nencini avanzava scortato da un manipolo d'onore di ciclisti in bicicletta, mentre le stesse camionette della polizia, inviate per contenere la folla, si unirono al corteo festanti, travolte dall'entusiasmo. Se De Gaulle lo aveva incoronato a parole in terra di Francia, il popolo lo elevò a mito sul selciato di casa, travolgendo ogni formalismo.
Il contrasto divenne evidente nel maggio del 1961. Per la visita di Elisabetta II, la medesima Firenze scelse di mostrare il proprio volto istituzionale. I fiorentini accolsero la regina britannica con una partecipazione composta e consapevole della solennità del momento. Le strade si riempirono di sguardi fieri, i gesti ricalcarono il rigido cerimoniale delle grandi occasioni e l'applauso divenne il tributo consapevole a un evento che sanciva una profonda vicinanza culturale tra l'Italia e il Regno Unito. Qui l'immagine si fece geometrica e solenne: la sovrana attraversava la città rigorosamente scortata dal rombo ordinato delle moto della polizia, simbolo di un apparato statale impeccabile e specchio di una perfetta accoglienza diplomatica.
Questi due eventi storici definiscono un’epoca d’oro in cui Firenze si riscoprì autentico centro del mondo, svelando una verità profonda sul vissuto del dopoguerra. Se per Elisabetta II la cittadinanza si mosse per onorare il primo secolo della nazione italiana e assistere a un affascinante cerimoniale di Stato, per Gastone si scese in piazza per celebrarne il riscatto, l’umanità e l'epica impresa. In quel faticoso cammino verso la cima e in quel trionfo conquistato in terra di Francia, milioni di italiani ritrovarono l'orgoglio di un popolo e la propria dignità nazionale. La vittoria di Nencini divenne così il manifesto più alto di una rinascita collettiva: la dimostrazione fiera e leale di cosa significasse essere italiani, capace di trasformare le antiche diffidenze straniere in un unanime attestato di stima attraverso il volto fiero e leale del suo campione.
L'accoglienza di Firenze a Gastone Nencini, di rientro dal trionfo al Tour de France. Agosto 1960



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