Gastone Nencini e il Tour de France: quel monumento del cuore sul Col du Télégraphe

 

 



 

Gastone Nencini e il Tour de France: 

quel monumento del cuore sul Col du Télégraphe




Les Verneys, Valloire, 25 luglio 2026 

I luoghi che hanno respirato la fatica, la sofferenza, le delusioni, così come le gioie, le vittorie e le sconfitte, custodiscono l'anima delle persone che hanno dato tutto di se stesse a una passione; al punto che, ad ascoltare bene, se ne può sentire ancora il respiro. Ne sono convinta, ed è per questo che sono alla ricerca di mio padre su quelle vette.  Come ogni anno, quando il Tour de France torna sulle Alpi, sento il bisogno di partire. Non è soltanto un viaggio, ma un modo per rintracciare le sue impronte. Cammino sulle sue stesse strade, ne assorbo l'aria e immagino lo sforzo che lo accompagnava mentre affrontava montagne entrate nel mito del ciclismo.
Questa volta, però, sembrava che il destino avesse deciso diversamente.
Prima una serie di contrattempi, poi un brutto incidente in autostrada. Con il terrore addosso e le mani che tremavano, volevo solo girare la macchina, rinunciare a tutto e tornare a casa.
Mentre gli agenti della Polizia Stradale di Viareggio raccoglievano i miei dati, uno di loro mi ha chiesto dove fossi diretta.
«In Francia, per il Tour.»
Poi ha letto il cognome.
«Nencini… è parente di Gastone Nencini
Quando gli ho risposto che ero sua figlia, mi ha preso le mani e sorridendo mi ha detto:
«Ogni lasciata è persa. Non rinunci a questa esperienza. Pensi a suo padre.»
Coincidenza o fato: era stato anche lui un ciclista. Aveva capito perfettamente il senso del mio viaggio, e le sue parole mi hanno dato il coraggio di ripartire.

La mattina seguente ero sul Col du Télégraphe.
Chi ama il ciclismo sa che questo passo non è soltanto una salita, ma uno dei luoghi simbolo del Tour de France. Qui il tempo sembra scorrere in modo diverso: ogni tornante conserva il ricordo di una fuga, di una crisi, di un’impresa. Alla vigilia del passaggio della corsa l’atmosfera è ancora più intensa. Migliaia di appassionati arrivano da tutta Europa, i camper, le moto e le biciclette riempiono ogni spazio disponibile e si respira lo stesso entusiasmo travolgente che accompagna il Tour da oltre un secolo.

Pensando al calore del tifo internazionale che accoglieva mio padre sui valichi di montagna - quello stesso abbraccio, che il giorno dopo avrebbe accolto la nuova generazione di talenti - sono entrata nell’unico bistrot per chiedere un bicchiere d’acqua e isolarmi nei miei pensieri.

Mentre aspettavo, mi sono voltata verso la sala. E il tempo si è fermato.

Sulla parete campeggiava una gigantografia di oltre due metri. Era l’unica fotografia presente nel locale.

Ritraeva mio padre, Gastone Nencini, immortalato nel luglio del 1957 mentre transitava per primo in vetta al Télégraphe durante la tappa che, dopo l'ascesa del Galibier, lo avrebbe portato alla memorabile vittoria di Briançon. Quell’impresa sarebbe stata decisiva anche per la conquista finale del Gran Premio della Montagna di quel Tour. 

Il cuore ha iniziato a battere così forte che mi mancava il respiro. L'emozione era talmente intensa che quasi mi impediva di guardarlo su quel tratto di strada sterrata, in maglia tricolore, con tutto il corpo proteso nello sforzo e i muscoli delle gambe gonfi per la fatica. Avevo percorso centinaia di chilometri per inseguire le sue orme e, senza che potessi immaginarlo, lui era lì ad aspettarmi.

La sorpresa più grande è stata scoprire che quella fotografia è lì da quasi settant’anni.
Il titolare del bistrot di allora, mentre quella tappa entrava nella leggenda, decise di rendere omaggio a quell’impresa erigendo nel proprio locale un personale monumento del cuore.
 Oggi è il figlio a condurre l'attività, custodendo la stessa identica tradizione di famiglia: quella foto non è mai stata spostata, rimanendo al suo posto per quasi sette decenni e attraversando intere generazioni di campioni.

È un monumento silenzioso.

E forse è proprio questo a commuovermi di più: il volto scelto per rappresentare la storia e il sacrificio di quel Passo è quello di un italiano. La Francia è una nazione colta, un popolo che sa onorare, rispettare e tramandare la storia, dove ogni cittadino si lega profondamente a ciò che dà prestigio alla propria terra e alle proprie tradizioni; e questa fotografia ne è la prova; il pubblico d'oltralpe sa riconoscere il valore autentico degli uomini prima ancora delle loro bandiere.
I francesi hanno sempre nutrito una profonda stima per Gastone Nencini, acclamandolo con calore sulle Alpi, sui Pirenei e al Parco dei Principi, l'arena dell'incoronazione. Una stima così sincera e spontanea che persino il Generale Charles De Gaulle, nel Tour del 1960 – esattamente tre anni dopo quell'epica fuga sul Télégrafe –, volle fermare la corsa a Colombey-les-Deux-Églises per stringergli calorosamente la mano, incoronandolo idealmente davanti al mondo prima ancora del podio di Parigi. Al di l'à delle sue indiscutibili doti di corridore, quel pubblico e i suoi grandi leader sapevano onorare e apprezzare la sua persona: la sua assoluta lealtà e il suo indomito spirito combattivo. 
Questo filo invisibile di rispetto, nato sulle vette francesi, ha attraversato i decenni fino a compiere un viaggio inverso nel 2024, con lo storico Grand Départ da Firenze. Ma, l'omaggio più grande e commovente non è stato quello illuminato dai riflettori, ma la carezza silenziosa e privata che la Grande Boucle ha voluto portare fin nel cuore della terra di mio padre, a Barberino del Mugello, per un saluto intimo a un uomo mai dimenticato. Questo tributo racconta quanto lui fosse profondamente amato. Un affetto che dura ancora oggi, perché le vere imprese non appartengono a un solo confine, ma alla storia.

Uscendo dal bistrot ho guardato quel ritratto un'ultima volta. Mi è sembrato quasi un saluto. In quel volto stanco, impresso nel colore del tempo, si leggeva il senso profondo del suo lavoro: la fatica vera, il sudore, la dedizione assoluta. Sacrifici che il tempo ha trasformato nel dono più prezioso che potessi ricevere in eredità.

Oggi il Tour de France passerà di nuovo dal Télégraphe. I corridori saliranno inseguendo un sogno, proprio come allora. E in quel caratteristico bistrot, affacciato sulle montagne, Gastone Nencini continuerà a osservare il loro passaggio, ricordando a tutti che le grandi imprese non finiscono quando si taglia un traguardo, ma continuano a vivere finché qualcuno, passando da quelle strade, ne riconosce ancora il valore. 

 

Elisabetta Nencini

 

 

  

 

Gastone Nencini al Col du Télégraphe durante la 10ª tappa del Tour de France 1957. 

Uno scatto storico custodito all'interno del Relais du Télégraphe, caratteristico bistrot alpino lungo la Route des Grandes Alpes.



 
 

 

 Col du Galibier, il tetto del Tour, il 24 luglio 2026. Foto di Elisabetta Nencini.



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____________Version en français




Gastone Nencini et le Tour de France: 
ce monument du cœur au col du Télégraphe
 

Les Verneys, Valloire, 25 juillet 2026

Les lieux qui ont respiré la fatigue, la souffrance, les déceptions, tout comme les joies, les victoires et les défaites, gardent l'âme des personnes qui ont tout donné d'elles-mêmes ; à tel point que, si l'on écoute bien, on peut encore en entendre le souffle. J'en suis convaincue, et c'est pour cela que je suis à la recherche de mon père sur ces sommets.Comme chaque année, quand le Tour de France revient dans les Alpes, je ressent le besoin de partir. Ce n'est pas seulement un voyage, mais une façon de retracer les empreintes de mon père. Je marche sur ses mêmes routes, j'en absorbe l'air et j'imagine l'effort qui l'accompagnait alors qu'il affrontait des montagnes entrées dans le mythe du cyclisme.

Cette fois pourtant, tout semblait vouloir m’en empêcher. D’abord une succession de contretemps, puis un grave accident sur l’autoroute. La peur au ventre, les mains tremblantes, je n’avais qu’une envie: faire demi-tour, renoncer à tout et rentrer chez moi. 
Alors que les agents de la Police routière de Viareggio relevaient mes informations, l’un d’eux me demanda où je me rendais.

« En France, pour le Tour. »
Puis il lut mon nom. 
« Nencini… Vous êtes de la famille de Gaston Nencini? »
Lorsque je lui répondis que j’étais sa fille, il me prit les mains et, avec un sourire, me dit: 
« Chaque occasion laissée passer est une occasion perdue. N’abandonnez pas ce voyage. Pensez à votre père. »

Lui aussi avait été cycliste. Il avait immédiatement compris le véritable sens de ce voyage. Ces quelques mots m’ont redonné le courage de reprendre la route. Le lendemain matin, j’étais au col du Télégraphe.

Pour tous ceux qui aiment le cyclisme, ce col est bien plus qu’une simple ascension. C’est l’un des lieux emblématiques du Tour de France. Ici, chaque virage raconte une échappée, une défaillance, un exploit. À la veille du passage de la course, l’atmosphère devient encore plus intense : des milliers de passionnés venus de toute l’Europe envahissent les lieux, les camping-cars, les motos et les vélos occupent le moindre espace disponible, et l’on ressent cette attente unique qui accompagne le Tour depuis plus d’un siècle.

J’entrai dans le seul bistrot du col simplement pour demander un verre d’eau. En attendant, je levai les yeux vers la salle. Le temps s’arrêta. Sur le mur trônait une photographie géante de plus de deux mètres. C’était la seule image exposée dans tout le chalet.

Elle représentait mon père, Gaston Nencini, immortalisé en juillet 1957 alors qu’il franchissait en tête le sommet du Télégraphe lors de l’étape qui, après le Galibier, allait le conduire à sa mémorable victoire à Briançon. Un exploit qui se révélerait également décisif pour la conquête du Grand Prix de la Montagne de ce Tour.

Mon cœur se mit à battre si fort que j’en eus presque le souffle coupé. Je restai immobile à le contempler sur cette route encore en terre, vêtu du maillot tricolore italien, le corps entièrement penché sur son vélo, les jambes tendues dans un effort immense.

J’avais parcouru des centaines de kilomètres pour retrouver ses traces et, sans le savoir, c’était lui qui m’attendait. 

J’appris ensuite un détail encore plus bouleversant. Cette photographie est accrochée à ce mur depuis près de soixante-dix ans.

À l’époque, le propriétaire du bistrot avait voulu rendre hommage à cette journée entrée dans la légende en choisissant précisément cette image. Aujourd’hui, c’est son fils qui tient l’établissement et perpétue la même tradition familiale: la photographie n’a jamais quitté sa place. Elle est restée là, immobile, tandis que les générations se succédaient, que les champions changeaient et que le Tour de France continuait d’écrire son histoire.

Ce n’est pas une simple photographie.

C’est un monument du cœur.

Et c'est peut-être précisément cela qui me touche le plus : le visage choisi pour représenter l'histoire et le sacrifice de ce Col est celui d'un Italien. La France est une nation cultivée, un peuple qui sait honorer, respecter et transmettre la mémoire, où chaque citoyen s'attache profondément à ce qui fait le prestige de sa terre d'origine et de ses traditions ; et cette photographie en est la preuve : le public d'outre-Manche (d'outre-Alpes) sait reconnaître la valeur authentique des hommes avant même celle de leurs drapeaux.
Les Français ont toujours nourri une profonde estime pour Gastone Nencini, l'acclamant avec ferveur dans les Alpes, dans les Pyrénées et au Parc des Princes, l'arène du couronnement. Une estime si sincère et spontanée que même le Général Charles De Gaulle, lors du Tour de 1960 – exactement trois ans après cette échappée épique sur le Télégraphe –, a voulu arrêter la course à Colombey-les-Deux-Églises pour lui serrer chaleureusement la main, le couronnant idéalement devant le monde avant même le podium de Paris. Au-delà de ses qualités incontestables de coureur, ce public et ses grands dirigeants savaient honorer et apprécier sa personne : sa loyauté absolue et son esprit combatif indomptable.
Ce fil invisible de respect, né sur les sommets français, a traversé les décennies jusqu'à accomplir un voyage inverse en 2024, avec le Grand Départ historique depuis Florence. Mais l'hommage le plus émouvant n'a pas été celui des projecteurs, mais la caresse silencieuse et privée que la Grande Boucle a voulu apporter jusqu'au cœur de la terre de mon père, à Barberino, pour un salut intime à un homme jamais oublié. Ce tribut est la preuve à quel point il était profondément aimé. Un amour qui dure encore aujourd'hui, car les vrais exploits n'appartiennent pas à une seule frontière, mais à l'histoire.
En sortant du bistrot, j’ai regardé ce portrait une dernière fois. Cela m’a semblé presque être un au revoir. Sur ce visage fatigué, figé dans la couleur du temps, se lisait le sens profond de son travail : la vraie fatigue, la sueur, le dévouement absolu. Des sacrifices que le temps a transformés en le don le plus précieux que je pouvais recevoir en héritage.
Aujourd'hui, le Tour de France passera à nouveau par le Télégraphe. Les coureurs monteront en poursuivant un rêve, tout comme à l'époque. Et dans ce bistrot pittoresque, suspendu face aux montagnes, Gastone Nencini continuera d'observer leur passage, rappelant à tous que les grands exploits ne s'arrêtent pas lorsqu'on franchit la ligne d'arrivée. Ils continuent de vivre tant que quelqu'un, en passant par ces routes, en reconnaît encore la valeur.
Elisabetta Nencini
 
 
 
 
 


 
 
Visuale sul bistrot Relais du Télégraphe (alt. 1566 m) al Col du Télégraphe






____________English version
 


Gastone Nencini and the Tour de France: 

a Monument of the Heart on the Col du Télégraphe

 

Les Verneys, Valloire, July 25, 2026

The places that have breathed fatigue, suffering, and disappointments, as well as joys, victories, and defeats, guard the soul of the people who gave their everything; so much so that, if you listen closely, you can still hear their breath. I am convinced of this, and that is why I am searching for my father on those peaks. Like every year, when the Tour de France returns to the Alps, I feel the need to leave. It is not just a journey, but a way to retrace my father's footsteps. I walk on the very same roads, absorb the air, and imagine the effort that accompanied him as he tackled mountains that have become part of cycling mythology.

This time, however, it seemed as though fate had other plans.

First came a series of setbacks, then a serious motorway accident. Shaken, frightened, my hands still trembling, all I wanted was to turn the car around, abandon the trip, and go back home.

While the officers of the Italian Highway Police in Viareggio were taking my details, one of them asked where I was heading.

 “France. For the Tour.”

 Then he looked at my surname.

“Nencini… Are you related to Gastone Nencini?”

 When I told him I was his daughter, he gently took my hands and smiled.

 “Every opportunity you let go is an opportunity lost. Don’t give up this journey. Think of your father.”

He, too, had once been a cyclist. He immediately understood what that journey truly meant. Those simple words gave me the strength to continue.

 The following morning, I was standing on the Col du Télégraphe.

For anyone who loves cycling, this is far more than just another mountain pass. It is one of the symbolic climbs of the Tour de France. Every bend tells the story of a breakaway, a moment of suffering, or a legendary feat. On the eve of the race, the atmosphere becomes even more extraordinary. Thousands of cycling fans arrive from every corner of Europe. Campers, motorcycles and bicycles fill every available space, and the air is charged with the unique anticipation that has surrounded the Tour for well over a century.

I walked into the only bistrot on the summit simply to ask for a glass of water. 

While I was waiting, I glanced around the room.

Time suddenly stood still.

Dominating one wall was an enormous photograph, more than two metres wide. It was the only picture displayed inside the bistrot.

It portrayed my father, Gastone Nencini, captured in July 1957 as he crossed the summit of the Col du Télégraphe in first place during the stage that, after conquering the Galibier, would lead him to his unforgettable victory in Briançon. That magnificent performance would also prove decisive in securing the Tour’s King of the Mountains title.

My heart began beating so fiercely that it almost took my breath away. I stood there in silence, gazing at him on that still unpaved mountain road, wearing the Italian national champion’s jersey, every muscle stretched to its limit, his entire body leaning into the effort.

I had travelled hundreds of kilometres searching for his footsteps. Without knowing it, he had been waiting for me all along. 

Then I discovered an even more remarkable detail. That photograph has hung on that wall for almost seventy years.

The owner of the bistrot at the time chose to pay tribute to that unforgettable stage by placing the picture there. Today, it is his son who runs the chalet, faithfully preserving the same family tradition. The photograph has never been moved. It has remained exactly where it was, while generations have come and gone, champions have changed, and the Tour de France has continued to write its history.

It is not simply a photograph. It is a monument of the heart.

And perhaps it is precisely this that moves me the most: the face chosen to represent the history and sacrifice of that Pass is that of an Italian. France is a cultured nation, a people that knows how to honor, respect, and pass down memory, where every citizen binds themselves deeply to what brings prestige to their homeland and traditions; and this photograph is proof of it: the French public knows how to recognize the true value of men even before their flags.
The French have always nurtured a deep esteem for Gastone Nencini, cheering him warmly in the Alps, the Pyrenees, and at the Parc des Princes, the arena of coronation. An esteem so sincere and spontaneous that even General Charles De Gaulle, during the 1960 Tour – exactly three years after that epic breakaway on the Télégraphe –, wanted to stop the race at Colombey-les-Deux-Églises to warmly shake his hand, ideally crowning him before the world even before the Paris podium. Beyond his unquestionable qualities as a rider, that public and its great leaders knew how to honor and appreciate him as a person: his absolute loyalty and his indomitable fighting spirit.
This invisible thread of respect, born on the French peaks, has crossed the decades to complete a reverse journey in 2024, with the historic Grand Départ from Florence. But the most moving tribute was not that of the spotlights, but the silent and private caress that the Grande Boucle chose to bring right into the heart of my father's land, in Barberino, for an intimate farewell to a man never forgotten. This tribute is proof of how deeply he was loved. An affection that endures to this day, because true achievements do not belong to a single border, but to history.

Leaving the bistro, I looked at that portrait one last time. It felt almost like a farewell. In that tired face, etched in the color of time, one could read the profound meaning of his work: true hardship, sweat, absolute dedication. Sacrifices that time has transformed into the most precious gift I could ever inherit.

Today, the Tour de France will pass through the Télégraphe once again. The riders will climb chasing a dream, just like back then. And in that characteristic bistro overlooking the mountains, Gastone Nencini will continue to watch them pass, reminding everyone that great feats do not end when you cross the finish line. They keep living as long as someone, passing by those roads, still recognizes their value.

Elisabetta Nencini

 





























Commenti

  1. Ho una bicicletta da corsa con lo stemma uguale.il leone e sotto la scritta leo

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    1. Complimenti, allora possiede una bellissima bicicletta. Cordiali saluti, S.C. Gastone Nencini.

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